Tornando alla villa dove ha conosciuto l’amata Fulvia, il partigiano Milton scopre che forse fra lei e il suo migliore amico Giorgio, anche lui combattente, potrebbe essere nata una storia d’amore. Nel tentativo di ricevere da Giorgio un chiarimento, Milton intraprende un viaggio attraverso il paesaggio verde e nebbioso delle Langhe che è anche un percorso di conoscenza: di se stesso, dell’animo umano e della barbarie insensata della guerra.

Paolo e Vittorio Taviani affrontano uno dei “testi sacri” della letteratura italiana, “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, con il piglio autoriale che deriva loro da una lunga militanza cinematografica e da una conoscenza profonda della Seconda guerra mondiale e della lotta partigiana.

Come Ermanno Olmi in ...torneranno i prati, i Taviani raccontano il tempo di guerra rifiutando di concentrarsi sull’azione bellica e depurando la Storia di tutto ciò che è ridondante, per lasciare i protagonisti nudi di fronte alla desolazione e all’orrore. Come in Così ridevano di Gianni Amelio, la narrazione cinematografica di Una questione privata procede per episodi chiave, momenti e personaggi che incarnano la Storia e la condizione umana nella sua essenza. Il più folgorante è l’incontro di Milton con i genitori, scena muta di straziante intensità, riassunto senza parole del cordoglio di tante famiglie che hanno visto scomparire i propri figli inghiottiti dalla guerra, conservando a stento la speranza di rivederli vivi, anche per un solo, fugace istante.

I grandi maestri sono chiamati a regalare una prospettiva epocale al proprio lavoro, e i Taviani, dopo la sperimentazione radicale perseguita con Cesare deve morire che ne ha certificato l’eterna giovinezza artistica, con Una questione privata rivisitano il loro stesso cinema (in particolare La notte di San Lorenzo) con grande rigore filologico, recuperando quegli spazi e quei silenzi che ora non sono più di moda, ma restano pause necessarie per raccontare una storia complessa senza perdersi in inutili spettacolarità.

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Gli sketches doc, quelli che hanno fatto la storia e sono diventati leggenda, in una serata d’antologia. 

By Enjoy

Torino, 1996. Luigi il Playboy è un impiegato delle Poste deputato a guidare il furgone portavalori. Gli mancano tre mesi alla pensione, e già si vede gestire un chiringuito in Costa Rica insieme al collega e amico Luciano. Ma il ministro Dini – “uno che non l’ha eletto nessuno” – sposta dieci anni più avanti l’età pensionabile, e Luigi prende il destino nelle sue mani: rapinerà l’ufficio postale, impossessandosi dei valori che trasporta per mestiere. Alvise il Cacciatore accompagna il furgone ma deve svolgere altrui due lavori per mantenere moglie e figlia secondo un decoro borghese che non può permettersi. È lui ad avere l’idea geniale per mettere a segno il colpo grosso, e vuole una fetta della torta. Nicola il Lupo è un ex pugile che gestisce insieme ad Alvise un locale country western: anche lui entrerà a far parete dello schema criminale che dovrebbe cambiare loro la vita, con esiti tutti da scoprire.

Gli uomini d’oro è la seconda regia di Vincenzo Alfieri, attore ma anche sceneggiatore e montatore, dopo I peggiori.

Rispetto al film d’esordio Alfieri ha fatto passi da gigante: innanzitutto ha scelto di rimanere dietro la cinepresa, concentrandosi su una sceneggiatura ambiziosa e articolata che racconta la storia dai punti di vista dei tre protagonisti. Il copione porta (saggiamente) anche le firme di Alessandro Aronadio e Giuseppe G. Stasi, entrambi anche registi, e di Renato Sannio, e il lavoro corale si vede, perché la tessitura di una trama complicata (e per certi versi improbabile) è ben confezionata, partendo da un episodio di cronaca che aveva tutte le carte in regola per diventare un buon heist movie.

Ma la domanda fondamentale al centro della storia resta: “Che uomo sei?”, ed è proprio la volontà di ragionare in forma metaforica sulla virilità nell’era della crisi e davanti a donne che tengono in mano il destino maschile che Gli uomini d’oro trova la sua vera originalità. Anche la regia è coraggiosa, benché fortemente debitrice della saga di Smetto quando voglio (da cui “ruba” ben tre interpreti) e del cinema internazionale alla Guy Ritchie. Fondamentale il montaggio dello stesso Alfieri, che cuce efficacemente i vari piani della storia.

Fra gli attori, tutti in buona forma, spiccano Giuseppe Ragone nei panni di Luciano, che non sbaglia un’intonazione o un tempo comico, e, a sorpresa, Fabio De Luigi, che abbandona la sua consueta maschera buonista per un’interpretazione sinistra e rancorosa che rispecchia le frustrazioni di molta Italietta contemporanea. Un solo personaggio è davvero implausibile, ed è lo stilista-strozzino (ben) interpretato da Gianmarco Tognazzi.

E’ un Tributo a Giogio Gaber; una sobria presentazione di alcune canzoni e testi di prosa dal ritmo divertente, ironico e riflessivo.

Nel vasto panorama dei suoi testi è stata fatta una selezione tra quelli che trattano il tema dell’amore, della donna e dell’individuo nella sfera del rapporto di coppia.

Uno spettacolo fruibile con la leggerezza offerta dalla comicità dei testi e dall’accurata e misurata interpretazione dei musicisti e dell’attore.

 

A cura della Compagnia AR’TO

Ideazione e regia: Vincenzo Valenti
Con: Vincenzo Valenti (voce),
Bati Bertolio (pianoforte, fisarmonica) e
Lorenzo Orlandini (chitarra)

Età consigliata: pubblico adulto

La band di Jean Pierre Lamarque, bassista, che propone i grandi successi della musica suonata dagli anni 70 ad oggi in chiave Pop-rock con incursioni Latin & Jazz.

ITALIA – Vincente SF2 (Londra)

Irlanda 1920. Contadini e operai delle campagne si uniscono per reagire agli uomini dell’esercito britannico sbarcati in forze sull’isola per impedire qualsiasi tentativo di rivendicazione di indipendenza. Damien, che sta per partire per Londra per consolidare la sua professione di medico, decide di restare per lottare a fianco del fratello Teddy. Lo scontro porterà alla firma di un trattato con gli inglesi. Ma non tutto sarà finito perché la vittoria è solo apparente. Saranno le famiglie stesse a dividersi tra chi si ritiene soddisfatto del risultato conseguito e chi invece pensa che l’oppressione abbia solo mascherato la propria strategia.

In un’epoca in cui il terrorismo domina le news del mondo e in cui l’Irlanda del Nord sembra definitivamente uscita dalla spirale di odio che l’aveva avviluppata sino a pochi anni fa, può suonare strano che un regista come Ken Loach vada a riaprire una ferita apparentemente ormai suturata. Usiamo questo termine chirurgico perché non è sicuramente casuale il fatto che il protagonista sia un medico. Un giovane che sta per lasciare il Paese ma che non può non reagire dinanzi a episodi di brutale sopraffazione. Questa volta non è il ‘comunista’ Loach che narra ma il ‘britannico’ Ken nato nel Warwickshire che va ad indagare le dinamiche che conducono una persona dotata di cultura e di valori ad impugnare le armi per difendere i deboli contro le prevaricazioni di un Impero.

Michael Collins di Neil Jordan ci aveva mostrato il percorso inverso (da terrorista a firmatario di un accordo ‘politico’). Il Damien di Loach potrebbe diventare un tranquillo borghese; si troverà invece a confrontarsi su sponde opposte con il proprio stesso sangue. “È facile sapere contro cosa si combatte. Più difficile è sapere in cosa davvero si crede” scriverà. Loach ne è consapevole e in questo film più che mai finisce con l’interrogarsi sulle ragioni degli uni e degli altri, non però certamente su quelle degli occupanti inglesi. Su quelle ha idee ben chiare.

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1994. In seguito all’improvvisa morte del nonno, un operaio inglese di Liverpool, la nipote scopre la sua militanza in Spagna durante la guerra civile, frugando tra carte, fotografie, articoli di giornale e un panno rosso contenente della terra. Da qui si snoda il percorso del giovane David Carr che, nel 1936, decide di arruolarsi nella milizia internazionale del Poum (Partido Obrero de Unificación Marxista) per combattere contro i franchisti: faranno presto seguito gli scontri interni alla sinistra e la delusione ideologica. Alla passione politica si intreccia anche quella amorosa per Blanca, compagna di lotte.

Da rivoluzionario tenace qual è sempre stato, Ken Loach rievoca il fratricida conflitto tra comunisti d’osservanza sovietica e comunisti rivoluzionari e anarchici che squassò le fila dei repubblicani durante la guerra in Spagna, riuscendo a rendere il palpito di un passaggio chiave della storia contemporanea. Che il regista inglese abbia stravolto o meno la storia, come vollero le polemiche successive all’uscita, Terra e libertà è un film palpitante e vero che vuole togliersi dall’impaccio dell’apologia adottando la scelta del punto di vista di David Carr, filtro singolo di una storia comune: è soltanto sua l’esperienza di cui siamo spettatori, sue le idee e le scelte, gli amori e le delusioni, come dimostrano i numerosi ritorni al presente con la nipote che cerca di scoprire sempre di più di un uomo (e di un passato) per lei ancora sconosciuto.

Qui più che in altri titoli, la forza del cinema di Loach sta nel cogliere l’esatta accordatura tra linea politico-ideologica e vibrazione del racconto, impegno e cuore: davvero pochi i registi che avrebbero saputo rendere altrettanto appassionante una sequenza lunga e concettualmente didattica come quella del dibattito tra i compagni del Poum. Senza spettacolarizzare né spingere sulla commozione, la “rivoluzione tradita” è affrontata di petto, con spontaneità, finendo quindi col palesare la posizione degli autori al di là delle schermature e delle accortezze: «Loach e il suo sceneggiatore Jim Allen pensano che le divisioni anche letali all’interno della sinistra, la rinuncia alla rivoluzione e i compromessi voluti da Stalin, abbiano consentito l’instaurarsi della dittatura di Franco in Spagna, abbiano favorito quel rafforzarsi fascista in Germania e in Italia che fu all’origine della seconda guerra mondiale» (Lietta Tornabuoni, ’95 al cinema, Baldini & Castoldi).

Già collaboratore del cineasta per i precedenti L’agenda nascosta e Piovono pietre, Jim Allen – per la sua sceneggiatura originale – ha tratto ispirazione anche dal romanzo-reportage Omaggio alla Catalogna di George Orwell.

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Un gruppo di operai lavora in uno scalo ferroviario nel sud dello Yorkshire a metà degli anni Novanta. È la fase delle privatizzazioni. Nulla è più come prima: ogni remota possibilità di accordo sindacale viene considerata un ostacolo allo sviluppo. La concorrenza impone un abbassamento dei costi e una messa a repentaglio di ogni tutela dei lavoratori. Gli addetti alla manutenzione delle ferrovie vengono messi gli uni contro gli altri, si richiede il massimo dei risultati con il minimo delle strutture messe a disposizione.

Narrato così sembra un articolo di analisi politica. È invece un film di Ken Loach, che sa come proporre autentici pamphlet narrando la quotidianità di persone che non contano più nulla. In nome del liberismo più sfrenato si sacrifica qualsiasi ideale di tutela sociale. Ancora un funerale a chiudere un film di Loach.

Ma se in Terra e libertà era l’occasione per un passaggio di testimone tra generazioni nella lotta e in My Name is Joe costituiva il riconoscimento collettivo dell’impossibilità di uscire da un vicolo cieco costruito da una società insensibile, qui assume la disillusa forza di chi non può più partecipare neppure a una testimonianza comune.
Perché è diventato complice innocente di delitti compiuti da mani ignote ma sempre più rapaci.

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Newcastle. Daniel Blake è sulla soglia dei sessant’anni e, dopo aver lavorato per tutta la vita, ora per la prima volta ha bisogno, in seguito a un attacco cardiaco, dell’assistenza dello Stato. Infatti i medici che lo seguono certificano un deficit che gli impedisce di avere un’occupazione stabile. Fa quindi richiesta del riconoscimento dell’invalidità con il relativo sussidio ma questa viene respinta. Nel frattempo Daniel ha conosciuto una giovane donna, Katie, madre di due figli che, senza lavoro, ha dovuto accettare l’offerta di un piccolo appartamento dovendo però lasciare Londra e trovandosi così in un ambiente e una città sconosciuti. Tra i due scatta una reciproca solidarietà che deve però fare i conti con delle scelte politiche che di sociale non hanno nulla.

È bello ogni tanto verificare che i registi si contraddicono. Era accaduto qualche anno fa con Ermanno Olmi che, presentando Centochiodi, aveva dichiarato che non avrebbe girato più film di finzione. Fortunatamente per noi ne ha già realizzati altri due. Lo stesso succede ora per Ken Loach che sembrava, a sua volta, rivolto al documentario e invece ci regala un film di quelli che solo lui può offrirci. Carico cioè di uno sguardo profondamente umano e al contempo con le caratteristiche del grido che invita a ribellarsi a quello che sembra uno status quo inscalfibile. Per farlo è ritornato, insieme al fido Paul Laverty, per documentarsi, nella sua città natale, Nuneaton, in cui partecipa all’attività di sostegno di chi si trova in difficoltà.

Già dal titolo ritorna alla necessità inderogabile di non cancellare la forza dell’identità individuale di coloro che stanno tornando ad assumere le caratteristiche di classe sociale dei diseredati come nell’800 dickensiano. I nomi di persona hanno segnato alcuni dei suoi film più importanti (La canzone di CarlaMy Name is JoeIl mio amico Eric e il precedente Jimmy’s Hall). Perché è la dignità della persona quella che si vuole annullare grazie a un sistema in cui dominano i ‘tagli’ alla spesa sociale e dove gli stessi funzionari che debbono applicarli si rendono conto della crudeltà (è questo il termine giusto) delle regole che debbono applicare.

Daniel e Daisy conoscono il senso della solidarietà e non intendono farlo dissolvere per colpa di chi ne ha volutamente smarrito qualsiasi traccia. La scena più intimamente toccante, in un film che provoca commozione senza però utilizzare alcun artificio, si svolge non a caso in un Banco alimentare. Si tratta di quelle realtà che un tempo si sarebbero definite caritatevoli e che oggi prendono il posto che dovrebbe spettare a uno Stato degno di questo nome, con tutta la precarietà che deriva dal volontariato.

Non è necessario andare a Newcastle essendo sufficiente passare nelle prime ore del giorno dinanzi ai punti di distribuzione di associazione anche laiche come, ad esempio, Pane Quotidiano a Milano per vedere lunghe file di persone che attendono di poter ricevere la razione alimentare. Il numero di coloro che non sono extracomunitari aumenta ogni giorno. Allora in questo mondo libero Ken Loach continua a proporci le esistenze di persone qualunque con la forza di chi non descrive ma partecipa attivamente al dolore di chi subisce una delle umiliazioni più profonde (la perdita o l’impossibilità del lavoro). Daniel, Daisy e i suoi due figli si aggiungono alla galleria di persone di cui Loach ci ha mostrato una tranche de vie con la forza e la sensibilità di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi alla logica del liberismo selvaggio.

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